Antonio Dikele Distefano Instagram – Che ero diverso l’ho imparato stando in mezzo agli altri. Quando mi guardavano con la coda dell’occhio le prime volte che sentivano il mio cognome, quando la maestra o il medico faceva fatica a pronunciare quelle consonanti vicine. Quando leggendo la città in cui ero nato, sorridendomi, mi dicevano “Ma allora sei italianissimo”, “Sei più italiano di me”. Come se attribuire una cittadinanza occidentale fosse un complimento. Come se dire davanti a tutti, con il sorriso stampato in volto, che non ero un africano, perché per loro l’Africa era un Paese, mi rendesse più normale. Dimenticavano, mentre provavano a essere simpatici e amichevoli, che l’identità non me l’aveva data l’Italia, ma i miei genitori e che non spettava a loro dirmi chi fossi. Analizzavano le mie origini, il mio nome e il numero della mia generazione. “Io non sono niente” avrei voluto dirgli e quando rispondevo che non sapevo se sarei rimasto in Italia per sempre, si comportavano come se la cosa fosse giustificata. In me non vedevano un essere umano, ma un nero. “Come sono i tuoi amici?”, “Che lingua parlate in casa?”, “L’Italia è un Paese razzista?” mi chiedevano. Un’idea di me stesso, a quell’età, non l’avevo ancora e avrei voluto trovare la forza di non voler a tutti i costi farmi accettare. Capire che potevo esistere anche senza il consenso del prossimo. Avere il coraggio di reggere la solitudine e urlare in faccia a questo Paese che anch’io non lo volevo, che il sentimento era reciproco. Lo spirito fascista italiano, quando mio padre si lamentava della sua condizione, gli ricordava che doveva essere contento di quello che aveva, che doveva stare al suo posto senza il diritto di pretendere. “Sei fortunato” avrebbero voluto urlargli in faccia quando mangiava nei loro ristoranti e cercava posto sui loro bus. Per difendermi, evitavo ogni sguardo ostile e, in quei momenti, non sapevo più cosa dirmi. Credo che lasciarmi andare così mi abbia portato a scomparire. Non ho mai capito i so- spetti dell’uomo bianco, mai capito il loro trattarmi come un oggetto da evitare o da studiare. Il loro non è razzismo, la loro è presunzione nei confronti di chi ha perso un continente intero dalla memoria. | Posted on 25/Apr/2021 23:39:50
Home Actor Antonio Dikele Distefano HD Instagram Photos and Wallpapers May 2021 Antonio Dikele Distefano Instagram - Che ero diverso l’ho imparato stando in mezzo agli altri. Quando mi guardavano con la coda dell’occhio le prime volte che sentivano il mio cognome, quando la maestra o il medico faceva fatica a pronunciare quelle consonanti vicine. Quando leggendo la città in cui ero nato, sorridendomi, mi dicevano “Ma allora sei italianissimo”, “Sei più italiano di me”. Come se attribuire una cittadinanza occidentale fosse un complimento. Come se dire davanti a tutti, con il sorriso stampato in volto, che non ero un africano, perché per loro l’Africa era un Paese, mi rendesse più normale. Dimenticavano, mentre provavano a essere simpatici e amichevoli, che l’identità non me l’aveva data l’Italia, ma i miei genitori e che non spettava a loro dirmi chi fossi. Analizzavano le mie origini, il mio nome e il numero della mia generazione. “Io non sono niente” avrei voluto dirgli e quando rispondevo che non sapevo se sarei rimasto in Italia per sempre, si comportavano come se la cosa fosse giustificata. In me non vedevano un essere umano, ma un nero. “Come sono i tuoi amici?”, “Che lingua parlate in casa?”, “L’Italia è un Paese razzista?” mi chiedevano. Un’idea di me stesso, a quell’età, non l’avevo ancora e avrei voluto trovare la forza di non voler a tutti i costi farmi accettare. Capire che potevo esistere anche senza il consenso del prossimo. Avere il coraggio di reggere la solitudine e urlare in faccia a questo Paese che anch’io non lo volevo, che il sentimento era reciproco. Lo spirito fascista italiano, quando mio padre si lamentava della sua condizione, gli ricordava che doveva essere contento di quello che aveva, che doveva stare al suo posto senza il diritto di pretendere. “Sei fortunato” avrebbero voluto urlargli in faccia quando mangiava nei loro ristoranti e cercava posto sui loro bus. Per difendermi, evitavo ogni sguardo ostile e, in quei momenti, non sapevo più cosa dirmi. Credo che lasciarmi andare così mi abbia portato a scomparire. Non ho mai capito i so- spetti dell’uomo bianco, mai capito il loro trattarmi come un oggetto da evitare o da studiare. Il loro non è razzismo, la loro è presunzione nei confronti di chi ha perso un continente intero dalla memoria.
Antonio Dikele Distefano Instagram – Che ero diverso l’ho imparato stando in mezzo agli altri. Quando mi guardavano con la coda dell’occhio le prime volte che sentivano il mio cognome, quando la maestra o il medico faceva fatica a pronunciare quelle consonanti vicine. Quando leggendo la città in cui ero nato, sorridendomi, mi dicevano “Ma allora sei italianissimo”, “Sei più italiano di me”. Come se attribuire una cittadinanza occidentale fosse un complimento. Come se dire davanti a tutti, con il sorriso stampato in volto, che non ero un africano, perché per loro l’Africa era un Paese, mi rendesse più normale. Dimenticavano, mentre provavano a essere simpatici e amichevoli, che l’identità non me l’aveva data l’Italia, ma i miei genitori e che non spettava a loro dirmi chi fossi. Analizzavano le mie origini, il mio nome e il numero della mia generazione. “Io non sono niente” avrei voluto dirgli e quando rispondevo che non sapevo se sarei rimasto in Italia per sempre, si comportavano come se la cosa fosse giustificata. In me non vedevano un essere umano, ma un nero. “Come sono i tuoi amici?”, “Che lingua parlate in casa?”, “L’Italia è un Paese razzista?” mi chiedevano. Un’idea di me stesso, a quell’età, non l’avevo ancora e avrei voluto trovare la forza di non voler a tutti i costi farmi accettare. Capire che potevo esistere anche senza il consenso del prossimo. Avere il coraggio di reggere la solitudine e urlare in faccia a questo Paese che anch’io non lo volevo, che il sentimento era reciproco. Lo spirito fascista italiano, quando mio padre si lamentava della sua condizione, gli ricordava che doveva essere contento di quello che aveva, che doveva stare al suo posto senza il diritto di pretendere. “Sei fortunato” avrebbero voluto urlargli in faccia quando mangiava nei loro ristoranti e cercava posto sui loro bus. Per difendermi, evitavo ogni sguardo ostile e, in quei momenti, non sapevo più cosa dirmi. Credo che lasciarmi andare così mi abbia portato a scomparire. Non ho mai capito i so- spetti dell’uomo bianco, mai capito il loro trattarmi come un oggetto da evitare o da studiare. Il loro non è razzismo, la loro è presunzione nei confronti di chi ha perso un continente intero dalla memoria.
Check out the latest gallery of Antonio Dikele Distefano


