Tokyo è un mistero: una gigantesca quantità di elementi perfettamente ordinati che sommati tra loro generano il caos. Ma un caos logico, indiscutibile: un’entropia talmente ragionata da diventare perfetta. È come una macchina con gli abbaglianti che ti viene incontro a tutta velocità contromano, ma un attimo prima dell’impatto sterza chirurgicamente e non ti sfiora nemmeno. Le senti dentro tutto lo zelo, la disciplina, l’imprevedibilità , la gentilezza, la maniacalitá, la schematicità e la follia di coloro che la abitano. È una metropoli di formiche volenterose, che svolgono alacremente le proprie mansioni con il massimo del rigore, ma che appena svoltato l’angolo sono pronte a trasformarsi in cicale che cantano a squarciagola, dimentiche della moderazione e del giudizio altrui. È una sinfonia di allegri, andanti, adagi, allegri, presti di cui è impossibile prevedere l’ordine, che ti rapiscono le orecchie e ti confondono la testa. Tokyo da sola vale il viaggio. E vale il desiderio di tornarci ancora. Anche solo per continuare l’esercizio impossibile di cercare di capirla, pur sapendo che il suo fascino sta proprio nel fatto che non ci si potrà riuscire.
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